invia una e-mail
vai alla home page
NatuRa
informazioni
storia
il museo oggi
fondo Cavazzuti
il progetto
didattica
eventi
galleria fotografica
Birdwatching
Guest Book
 
link
 
 
 

 

la vita (1849-1924)


Di origine alfonsinese, diventò direttore dell'ospedale

"Umberto I" di La Plata in Argentina


La sua memoria rischia di volare nel vento

Stefano Cavazzutti, nato ad Alfonsine il 9 febbraio 1845, otteneva la patente di maestro elementare da autodidatta, non pago di ciò si dedicava all'arte della medicina, avendo già imparato a conoscerne i primi elementi dal padre medico, senza la prescritta laurea. Stefano Cavazzutti aveva sposato Faustina Mambelli di Ciola da cui ebbe due figli, Iole e Giordano Bruno, e alla Boratella era diventato il"medico" di quelle miniere accativandosi la fiducia di tutta la popolazione come valente professionista. Fervente mazziniano, amico ed estimatore di A.Saffi, si adoperava affinché alla classe operaia fosse riconosciuta quella dignità che doveva renderla più libera e più consapevole dei propri diritti.
Nelle riunioni dei circoli repubblicani, assoggetati a ben precisi personaggi, che imperavano con il terrore su chi avesse osato disubbidire al "clan", Stefano Cavazzutti iniziava a denunciare a viso aperto le iniquità commesse, i soprusi che tenevano i minatori in una situazione di voluta sottomissione. Un rapporto anonimo, che informava l'Autorità sul suo esercizio abusivo della professione medica, lo costringeva ad abbandonare le miniere della Boratella.

Questa denuncia fu a lui benefica: in soli tre anni, aiutato dall'amico Saffi, ottenne la laurea, con lode, in medicina all'Università di Bologna meritando la stima e l'amicizia di valenti professori come il Murri, il Loreta e il Demeis e di letterati come Olindo Guerrini, Corrado Ricci, Pier Desiderio Pasolini e Sante Muratori. Fu tra i primi, a Ravenna, a combattere nel 1886 la furia del colera o "lo zingaro maledetto", come veniva chiamato in Romagna il mortale morbo, che nella sola città causava ben 513 vittime. Animo libero e ribelle lascierà, nel 1887, l'Italia per andare ad esercitare la professione medica in Argentina e Paraguay, ritornerà, nel settembre del 1924, a Bologna per partecipare ad un convegno medico, la morte ivi lo coglierà il 1 di ottobre.

La vita

Stefano Cavazzutti nacque il 19 febbraio del 1849 ad Alfonsine di Ravenna. Ottenne la patente di maestro elementare da autodidatta. Non pago di ciò si dedicò all'arte della medicina, avendo già imparato a conoscerne i primi elementi dal padre Pietro, un "medico" di campagna (in realtà era definito un flebotomo, cioè uno che faceva salassi e iniezioni), senza la prescritta laurea. Stefano Cavazzutti aveva conosciuta una ragazza di Ciola, frazione di Mercato Saraceno, nelle colline dell'appennino forlivese: Faustina Mambelli. Si sposarono nel 1875 ed ebbero due figli, Iole e Giordano Bruno. Trasferitisi nella vicina frazione di Linaro, Stefano iniziò a svolgere autonomamente attività (diremmo oggi) di "medicina del lavoro" nella frazione di Boratella. Grande spirito libero, fervente mazziniano della prima ora, amico di Aurelio Saffi, mise subito a favore dei tanti poveri minatori quell’arte medica, imparata da autodidatta dal padre.

A Boratella, la frazione più importante e popolosa di Mercato Saraceno nella seconda metà dell’ottocento, operavano circa tremila zolfatari impiegati nelle tre miniere di zolfo: Boratella I o miniera degli Inglesi, Boratella II dei Francesi e Boratella III di Natale Dellamore, che erano di gran lunga le più produttive della Romagna. L’insediamento della Boratella, con un sì elevato numero di addetti, rappresentava, nell’Italia di allora, forse una delle poche realtà dove una parvenza di rivoluzione industriale lentamente stava tentando di decollare.

Stato di famiglia di Stefano Cavazzuti:

clicca sull'iimagine per ingrandirla


Un grande spirito libero, fervente mazziniano della prima ora, amico di Aurelio Saffi

Alla Boratella Stefano Cavazzutti si era proposto come il "medico" di quelle miniere, accattivandosi la fiducia di tutta la popolazione come valente professionista. Politicamente si adoperava affinché alla classe operaia fosse riconosciuta quella dignità che doveva renderla più libera e più consapevole dei propri diritti. Partecipava alle riunioni dei circoli mazziniani della zona cercando di portare l’attenzione degli associati sui tanti problemi presenti alla Boratella, anche per tentarne una soluzione.

Ma in quelle riunioni dei circoli repubblicani, assoggettati a ben precisi personaggi, che imperavano con il terrore su chi avesse osato disubbidire al "clan", Stefano Cavazzutti si espose con una denuncia a viso aperto le iniquità commesse, i soprusi che tenevano i minatori in una situazione di voluta sottomissione.

Il 3 ottobre 1877 inviò al Sottoprefetto di Cesena una denuncia dettagliata, puntigliosa sullo stato dei “bettolini” (sorta di botteghe-osterie ubicate presso le miniere) condotti, per la maggior parte, da elementi vicino alla setta o associazione repubblicana.

“ Il sottoscritto nella sua qualità di sanitario di queste miniere ha più volte avuto occasione di osservare che i viveri somministrati nei bettolini sono, parte per la loro natura e per la mala confezione a cui vanno soggetti, parte per la decomposizione che in processo di tempo a causa alla immondizia a cui sono tenuti, decisamente nocivi alla salute ed in conseguenza defraudatori di quella forza muscolare che essi minatori dovrebbero mantenere e aumentare. Lasciando da parte i schifosi manicaretti, le strane cibarie e tutto il pandemonio degli stufati e delle bevande sui generis, confezionati dai bettolinieri diremo che il pane, il vino e la carne sono quasi sempre alimenti scadenti che nutrono poco o nulla e qualche volta sono veleni.”.

La lettera continuava con una disamina delle malattie che tali cibarie procuravano alla salute dei minatori, già provati da un lavoro durissimo e pericoloso. Il coraggioso Cavazzutti prendeva cappello contro questo stato di cose “...non vi è commissione che freni l’eccessiva brama di arricchire di alcuni manipolatori del commercio delle miniere”

A seguito di questo esposto il Sindaco del comune di Mercato Saraceno, su esplicita richiesta del Prefetto di Forlì, istituiva una commissione che avrebbe vigilato sulla conduzione di questi bettolini. Decine e decine di verbali sono depositati nell’archivio del piccolo Comune a conferma che da quell'ottobre qualcosa si tentò di fare. Una denuncia così esplicita all’autorità governativa, che fu la causa della suo allontanamento dalla zona delle miniere romagnole.

La presa di posizione di Cavazzutti non piacque alla consorteria repubblicana, che aveva grossi interessi nella gestione dei bettolini.

Il giornale cesenate il “Rubicone - Satana”, divulgatore di idee vicine alla sinistra, uscì con una lettera - articolo che tentò di sminuire quanto affermato dall’alfonsinese:

“… è stata trovata qualche pezzatura di pane che risultava un po’ al disotto del peso previsto, qualche pezzo di formaggio non era proprio di qualità … insomma questo dottor Cavazzutti è troppo pignolo..”.

Una lettera anonima, spedita a chi di dovere, portò alla luce che Stefano Cavazzutti non era medico ed esercitava senza averne titolo: un esercizio abusivo della professione medica. Ciò lo costrinse ad abbandonare le miniere della Boratella e sembrò che tutto crollasse attorno a chi aveva risolto brillantemente tante difficili situazioni.

La molla che cambiò la vita di Stefano Cavazzutti.

In realtà questo capovolgimento improvviso fu la molla che cambiò la vita di Stefano Cavazzutti. Questa denuncia fu a lui benefica perché a trentatré anni, con l’aiuto ed il conforto di Aurelio Saffi, si iscrisse alla prestigiosa facoltà di medicina di Bologna. Ebbe l’ammissione al quarto anno per le sue doti professionali, rese note alla commissione di facoltà, direttamente dal Ministro della Pubblica Istruzione, Francesco De Sanctis. In soli tre anni portò a termine gli studi, laureandosi medico, il 26 giugno 1882, con la ottima votazione di 32 su 36 e con una tesi su “Due casi di clinica medica, due casi di clinica chirurgica ed una necroscopia”, meritando la stima e l’amicizia di valenti professori come il Murri, il Loreta, il De Meis e quella fraterna di Bartolo Nigrisoli, quel Bartolo Nigrisoli (1858 – 1948), medico chirurgo, dal 10 luglio 1922 ordinario di Clinica Chirurgica, Semeiotica e Medicina operatoria a Bologna sino al 1931, quando venne espulso per non aver giurato fedeltà al regime fascista. Ebbe anche la stima fraternae di letterati come Olindo Guerrini, Corrado Ricci, Pier Desiderio Pasolini e Sante Muratori.

Nel 1886 troviamo il Dott. Cavazzutti a Ravenna a combattere la furia del colera o "lo zingaro maledetto", come veniva chiamato in Romagna il mortale morbo, che nella sola città causò 513 vittime.

Animo libero e ribelle lascerà, nel 1887, l'Italia per andare ad esercitare la professione medica in Argentina.

Certamente nel vedere l’angoscia di chi era costretto a lasciare la propria Patria, i propri cari con la prospettiva di un incerto futuro, abbandonati spesso in mano a persone senza scrupoli, fu spinto a prendere la decisione di diventare lui stesso emigrante e mettere a disposizione le sue capacità mediche a favore di questa povera umanità. Si stabilì nel 1888 prima a Santa Fè poi nella colonia agricola di San Justo ed infine a La Plata (Argentina), dove vi era un importante insediamento di nostri connazionali. Qui era sorta, il 28 luglio 1886, la “Società Ospedale Italiano”, onde raccogliere fondi per un ospedale a disposizione dei tanti italiani. Il dr. Cavazzutti entrò subito nella commissione direttiva portando le sue esperienze ed il suo aiuto professionale. Quando, il 2 febbraio 1903, venne inaugurato finalmente l’Ospedale italiano “Umberto I”, il dott. Stefano Cavazzutti ne divenne il primo direttore sanitario. Stralciamo alcuni passaggi dal suo discorso pronunciato, in quell’occasione:

“ Ideato nel 1886, posta la prima pietra il 6 marzo 1887, iniziati anni dopo i lavori di costruzione, su terreno generosamente donato dall’eccellentissimo Governo della Provincia, non ancora finito, subì le disastrose conseguenze della crisi finanziaria che prostrò la Repubblica Argentina.
I nostri concittadini non si persero d’animo per questo, uniti in società di beneficenza, aiutati dalle dame protettrici dell’ospedale Italiano, economizzato il capitale esistente, lo aumentarono a poco a poco, con le piccole somme raccolte mensilmente, con il prodotto delle sottoscrizioni straordinarie e con le feste di beneficenza organizzate in favore della buona e generosa istituzione.
Con l’insistenza proveniente dalla certezza del bene, stimolati dai sentimenti del dovere, sperimentando anche amare delusioni, affrontando le burle degli scettici, sempre pronti a turbare l’opera degli uomini di buona volontà, i nostri concittadini continuarono imperterriti, costanti, fiduciosi. Oggi noi ci troviamo qui riuniti per coronare e festeggiare la loro opera. Dal nostro petto sorge spontaneo, vivo, affettuoso un applauso a tutti quanti cooperano, italiani e argentini, alla buona riuscita di essa.
Mi par di veder sorgere, gigante, là fra la terra ed il cielo, coronata dai raggi del sole, la eccelsa figura della nostra Italia che applaude insieme a noi.”

Il dott. Stefano Cavazzutti mantenne costantemente i rapporti con i suoi illustri amici medici dell’Università di Bologna per essere sempre aggiornato sulle nuove metodologie e sui progressi che in campo sanitario si registravano presso l’ateneo felsineo. Ritornava per congressi medici a Bologna, ospite dell’amico Bartolo Nigrisoli.

Spirito inquieto, pronto a recepire ogni stimolo derivante dai molteplici interessi che lo animavano, fu fra i fondatori dell’Università Popolare per diffondere, appunto, tutti i rami del sapere umano. Accompagnò il grande naturalista e paleontologo argentino, Florentino Ameghino, ed il botanico italiano Carlo Spegazzini nelle spedizioni lungo il Rio Quequén nella provincia di Buenos Aires, poi fu in Brasile e successivamente in Paraguay nella provincia, allora selvaggia, di Misiones, dove ebbe modo di osservare gli effetti delle terribili malattie che falcidiavano tanti lavoratori italiani nel tentativo di bonificare quelle terre inospitali.

Dal 1909 cominciò a donare alla città di Ravenna diverso materiale etnografico proveniente dalle Americhe, tanto da costituire il Museo etnografico di Ravenna, che dal 1910 porta il suo nome.

Pubblicò nel 1921 scritti, articoli e saggi su Dante Alighieri in occasione delle celebrazioni ravennati per i seicento anni dalla morte del sommo poeta.

Amico del letterato Olindo Guerrini, ne prese le difese, nel 1923, con un articolo dal titolo “A proposito dei giudizi di Benedetto Croce su Olindo Guerrini e Francesco Domenico Guerrazzi”.

Durante il viaggio per partecipare ad un convegno medico a Bologna, alla veneranda età di settantanove anni, si ammalò. Ricoverato nella clinica di Bartolo Nigrisoli, morì il 1° ottobre 1924. La sua salma fu sepolta in un primo tempo alla Certosa di Bologna e successivamente traslata in Argentina.

(Questa scheda è stata realizzata col contributo determinante di Pier Paolo Magalotti, ricercatore storico romagnolo. Diverse precisazioni qui contenute derivano da scritti su giornali argentini e da una breve biografia, redatta dai due nipoti del Cavazzutti, residenti a La Plata : il medico Mario Bruno Cavazzutti e la professoressa di chimica Nelia Hebe Cavazzutti, che fra chiesero al Magalotti un interessamento al fine di reperire un documento da cui si possa attestare la cittadinanza italiana del loro nonno dr. Stefano Cavazzutti)